Dalle cave ai laboratori

Quando dalle cave uscivano, già sfaldate e squadrate, le lastre di ardesia, nasceva il problema di trasportarle nei luoghi di deposito e nei centri di deposito e nei centri di raccolta per la spedizione ad altri paesi. Il mercato di Genova e della riviera ligure assorbiva notevoli quantitativi di materiale, ma c’erano, per fortuna, da aggiungere le richieste di clientele più lontane, addirittura oltre al confine, alle quali l’ardesia veniva obbligatoriamente fornita via mare.
Bisognava che la pietra già divisa e grossolanamente lavorata, scendesse dalle cave distribuite tra le scoscese pendici delle montagne. Nessuno si sarebbe mai azzardato a caricare la sottile e delicata lavagna, ridotta persino ai minimi spessore di pochi millimetri, su rudimentali mezzi di trasporto sobbalzanti su pietrose carreggiate, oppure a imbracarla imprudentemente al basto di un mulo, perché arrivasse a destinazione scheggiata o frantumata. Il problema del trasporto trovava soluzioni più semplici: i blocchi grezzi potevano scivolare su piani inclinati, essere caricati su slitte o agganciati, in epoche più vicine, alle teleferiche tese attraverso le valli.

Il trasporto dell’ardesia, si presentava pieno di difficoltà per la particolare natura della pietra e perché si trattava di trasferirle da un luogo ad un altro, attraverso passi disagevoli. Le cave erano collegate da mulattiere e sentieri. Soltanto gli uomini e le donne potevano portare le lastre aggiungendo alla quotidiana fatica lo sforzo dell’equilibrio.

La storia dell’ardesia è segnata dall’affrettato passo di gente che si caricava di peso come animali da soma. Affidavano il compito di trasportare le ciappe di lavagna alle donne, le quali si arrotolavano sul capo un canovaccio e sopra ci piazzavano, appunto, le ciappe. Scendevano a Cogorno e da li raggiungevano Lavagna, poi liberate dal peso, riprendevano il sentiero in salita. Mentre le donne percorrevano i sentieri montani, gli uomini, nelle cave, continuavano a tagliare la pietra col piccone e a sfaldala in lastre.

Era un lavoro duro, reso ancora più complesso dalla angustia e dalla pendenza dei viottoli; gli uomini si aiutavano con stanghe e corde e procedevano a passo ritmato , quello davanti in posizione eretta e quello dietro necessariamente curvo, affinché il carico restasse pressoché orizzontale.

Il trasporto di una pietra delicata come l’ardesia, con i mezzi primitivi di allora, doveva inevitabilmente provocare imperfezioni e sbrecciature in una materia che, già in partenza, era stata lavorata in maniera grossolana. Per i pezzi più leggeri, quelli per esempio che venivano usati per i tetti (vedi foto affianco), il rischio era minore, tenendo presente alcuni accorgimenti, come quello di appaiare sempre le lastre nel senso della loro originale sfaldatura. I pezzi di più grande spessore, destinati ad architravi, stipiti e bassorilievi erano portati direttamente nelle botteghe degli artigiano e degli scultori e là assumevano forme e tagli definitivi.

La lavagna veniva spedita in Liguria e altrove, però le forniture a grandi distanze in quantitativi modesti, comportava un’eccessiva spesa di trasporto e risultavano antieconomiche.

Trasportate a valle le ardesie venivano concentrate negli empori della marina, dove erano disposti capannoni, spazi cintati e qualche baracca con funzione di ufficio e officina.

Il traffico mercantile faceva capo a questi magazzini, come a base intermedia tra base e vendita. Le lastre d’ardesia continuarono a “navigare” tra i porti della Liguria, partendo del Chiavarese, sulle tolde del naviglio minore. I barchi erano leudi, tartane e feluche, erano scafi mercantili panciuti e capaci con attrezzature diverse.
Già in tempi più vicini e quando iniziavano a funzionare i laboratori, gli ardesiaci avevano tentato l’installazione di semplici teleferiche per il trasporto a valle dei massi. Le teleferiche sono state un esperimento raro e breve, soppiantate dallo sviluppo delle strade e dall’utilizzazione di normali mezzi a motore.

Successivamente in accompagnamento ai tempi nuovi, il declino. A distanza di anni, è facile individuarne le cause, da una parte il mestiere rimasto a metodi manuali e vincolato a sistemi di trasporto che sarebbero andati beni solo nel medioevo; dall’altra le invenzioni e la diffusione di prodotti e manufatti in concorrenza con l’ardesia.

Il vecchi capitolo della storia dell’ardesia si concluse con la crisi tra 800 e 900, determinata dall’invasione di materiali nuovi per l’edilizia, dalla scarsa vitalità del mestiere rimasto bloccato a dimensioni artigianali.

Il nuovo capitolo si apriva con migliori prospettive grazie allo sviluppo delle grandi comunicazioni.

I piccoli laboratori si sono trasformati in “stabilimenti per la lavorazione dell’ardesia”. Ci furono nuove attrezzature per la lavorazione dell’ardesia.

I processi della lavorazione divennero più semplici e rapidi e la produzione garantì un basso costo del materiale destinato ai cantieri edili calibrato e pronto per la messa in opera.


 

Aggiornato il: 15/06/2007 alle ore 17.30.50